venerdì 11 gennaio 2008

Lepers Produtcions: Sentireascoltare

 

Libere farneticanti fornicazioni 

 

Uno sberleffo sferzante, una libera irriverenza, una sbalorditiva e tenace versatilità. La barese Lepers Produtcions si propone fin dalla ragione sociale come una realtà peculiare nel già particolarissimo mondo delle net label.

2007


“Ti auguro tante cose, non necessariamente belle, ma anche un po’ così così.”
Superfreak

Non è facile venire a capo di questa cosa. Così piccola eppure così intrattabile. Così semplice ma intricata d'intenti e stili e vite che si scozzano, s'incrociano, annaspano di fervore febbrile e utopia cazzona. Così lontana così vicina come vuole il mito pervadente di quest'epoca votata a tutto controllare, prevedere, raggiungere. Parliamo della Lepers Produtcions e prima che prendiate la matita rossa lo ripetiamo: Lepers Produtcions, non “productions”. Così è, così deve essere. Un refuso ostinatamente, fieramente voluto. Nei refusi c'è una ribellione momentanea alla perfezione dell'accadere, un incidente spaventoso solo per chi non ne contempla la possibilità o finge di poterne contenere in ogni caso gli sviluppi. Se invece ne consolidi la funzione, finendo addirittura per adottarla in pianta stabile nella ragione sociale, regali al mondo un segnale di sbrigliata, invidiabile libertà.
Ecco quindi perché in questo caso "free net label "significa ben più che musica “aggratis”. Certo, è vero, c'è il particolare nient’affatto indifferente che Lepers ti permette di scaricare tutto il catalogo senza chiederti un millino, con l'innocuità apparente e trasparente d'un click. Quel che non è affatto innocuo e scontato è invece il quid, il nocciolo della questione, ciò che ti esplode nel pc una volta estratto dalla cartellina compressa e sottoposto al play. Un virus di quelli che non gliene frega nulla dei semiconduttori e dei codici, preferisce mangiucchiarsi le sinapsi, strizzare i capezzoli dei pensieri, spengere le cicche sui palmi delle quiete emozioni.




Germogli irrefrenabili

 

L'indirizzo virtuale è un semplicissimo www.lepers.it, ma nel mondo delle geografie concrete, nella realtà esemplificata dalle cartografie, occorre stringere le coordinate su Bari, dove un tempo neanche troppo lontano – anno domini 2005 all’incirca – agivano gli Altierjinga Lepers. La band - il cui nome in un idioma aborigeno (forse) significa “tempo del sogno” - cospirava le proprie scellerate cospirazioni hard-art-noise-punk già da un paio d'anni, con riscontri non certo paragonabili alla fecondità dell'ispirazione, capace di mettere assieme d'emblé un repertorio d’una cinquantina di pezzi. L'organico del combo annoverava tipi parecchio entusiasti ma poco raccomandabili, a partire dagli scellerati nickname che poi sono le uniche pendenze cui possiamo appenderci per riferirne le gesta: Alexander De Large, Frogwomen, Pete Jones, Superfreak.
La fregola scambista mutuata dal post esigeva flessibilità nei ruoli, quindi gli strumenti presero a passare di mano in mano. Tutto ciò era bello ma non poteva bastare, quindi presto s'innescò uno stillicidio di progetti solisti, tutto un pullulare di germogli irrefrenabili. Non bastava ancora, no, ed ecco i side project, frammenti di Altierjinga in libera uscita, liberi di fornicare in combinazioni e posizioni diverse, coinvolgendo altre entità più o meno affini (Gigi, Benni the Bungler, Arial Messia…), dando quindi vita ad un vero e proprio pantheon fertile e mostruoso dalle ragioni sociali forse improbabili ma di certo inebrianti (Texans From Bari, Fresh Scum For Castenado...).
Si palesò quindi il problema di come organizzare queste energie brade, quei formidabili diverticoli dal flebile comune denominatore stilistico ma dalla ferrea identità di vedute circa un paio di cosette, un certo sdegno per lo stato delle cose e soprattutto l'incontenibile propensione all'approccio spontaneistico, al flagrante accadere naif che se ne sbatte della mise conciliante e punta al cuore dell'immaginifico mondo dell'espressione sonica. La soluzione era una splendida gatta da pelare: un'etichetta autocratica, indipendente, fieramente partigiana che mettesse il cappello su tutte quelle germinazioni selvagge ribadendone la comune scaturigine.
Era giunto quindi il tempo della Lepers, vera e propria corte dei miracoli dove i freak-straccioni si divertono a stanarsi diamanti dal lerciume nelle tasche per poi spargerli nel suono brullo e acre del lo-fi circostanziale, nessuna posa solo un metterci testa e cuore con la tenacia della ruggine che - si sa - non smette mai un istante di erodere il pilone, e chissà che prima o poi non crolli tutta la struttura. Facile immaginare allora che tra il cigolio mostruoso e i tonfi tragicomici dei colossi in caduta libera, questi irascibili carbonari delle cause incendiarie farebbero il diavolo a quattro, cavalcherebbero con tremendo splendore l’apoteosi di chi ha scommesso sul cavallo vincente quando la quotazione grattava la pancia al cielo. Sempre che non fossero troppo impegnati a sorreggersi il ventre scosso da un’irrefrenabile, feroce ilarità.




Lievitanti stranezze

 

Ma il futuro è ora, tra cinque minuti o cinque giorni fa, un presente vivo, pulsante e infetto che attira come mosche fameliche altre realtà più o meno dissociate dalla consueta paranza patinata e cialtroncella. Gente che smeriglia un linguaggio forse marginale ma affilato alla mola dell'originalità, stridente e stordente, immaginifico e inafferrabile. Volete i nomi? Ad esempio gli Underdog da Roma, gocce di jazz a correggere il denso sangue avant rock. Oppure i Bread Pitt da Altamura, farragini hardcore che spingono sul pedale della wave più avanzata e indefinibile. Eppoi ancora i Selvaggi del Borneo coi loro spasmi allampanati, l’inospitale scenografia electro di Solquest, il pop caliginoso di Greg Houwer... Elettronica e acid-blues, sgarberie matematiche e concettosa impudenza, pop citrullo e folk stralunato, germi improv e sghembe scenografie per l'alieno che zitto zitto ci cresce dentro mangiandoci l'ultima parvenza di ragionevole ragionevolezza. 
Nuove alcove, nuovi incroci, nuoveoccasioni di copule tanto più feconde quanto più innaturali, diciamo pure strane e non sentiamoci a disagio. I titoli frullano uno dopo l’altro come ali di passeri assassini, il catalogo cresce e non smette d’ingravidare nuove situazioni, ti distrai un attimo e son già pronte le pagnotte nel forno a lievitare. Ed ecco arrivare meritati segnali d’intesa, riscontri piuttosto carbonari ma anche autorevoli, principalmente quello di Mike Watt che ospita nella playlist del proprio podcast (il The Watt From Pedro Show, reperibile all’indirizzo http://twfps.com/ ) un pezzo degli ineffabili Texans From Bari. Che l’ex-Minutemen riservi particolare attenzione ai sommovimenti sotterranei italiani non è una novità, ma l’attestato resta di quelli capaci di fornire tonnellate di motivazione.

Insomma, in questa seconda metà degli anni zero l’etichetta più lebbrosa dello stivale (del pianeta?) è in buonissima salute, formidabilmente multicefala, gioiosamente irrequieta, scontrosa, indefinibile. Scevra di velleità, perché del tutto disinteressata a misurarsi coi parametri del mercato. Quel “gratis” che sta in calce a tutto il discorso – e che pure non preclude la possibilità di donazioni, anzi graditissime e caldamente auspicate, con buona pace dei Radiohead che hanno solo alzato il volume (bella forza) di una pratica in uso da tempo nei “bassifondi” della rete – quel gratis dicevamo significa svellere a priori i binari che attraversano i consueti topos dell’appeal sonico. Quelli che preconfezionano i codici sui filoni stilistici congetturati chissà dove tranne nei luoghi dove la musica avviene davvero. Quelli che evitano di rispondere alla domanda che nasce contestualmente al processo chimico/fisico che sta alla base della scossa sonica-emotiva-intellettuale. Che poi eventualmente possiamo chiamare rock. Eccheccazzo, sì.

- Stefano Solventi