martedì 4 giugno 2013

Bokassà Maybe I'm - Paraponziponzipò + Summit: Mestolate

Ero rimasto ai Mombu, che nel frattempo hanno sfornato “Niger”. Solo adesso ho scoperto che, nel nostro paesello, esistevano già da anni realtà che offrivano letture “rock”, più o meno abrasive e iconoclaste, dell’Africa – delle sue musiche e dei suoi immaginari. “Paraponziponzipò”, nuovissimo dischetto che vede lo sforzo congiunto di Bokassà e Maybe I’m, mi ha spinto a recuperare il tempo perduto.
Bokassà-Summit-front

I Bokassà hanno fatto uscire l’album “Summit” (Lepers/Lemmings records/Hysm) nel 2011. Fin dal nome e dalla copertina il trio barese gioca con gli immaginari stereotipati della “nostra” Africa – cannibalismo in testa (inteso anche come “cannibal movies”, ovviamente). Il disco è strumentale, ma bastano i titoli dei brani a suggerire che una simile parodia cela risvolti dalla sagacia inquietante – tra l’altro, i Bokassà musicano gli Stati Uniti d’Africa con ragguardevole anticipo rispetto a Capovilla e soci! Potrei dire che “Summit” sta al jazzcore come l’afrobeat sta al jazz, solo che la definizione farebbe spavento. In pratica si tratta di una musica assai più godibile e divertita di quanto si potrebbe immaginare: la melodia, convenzionale o meno, non manca mai; il groove percussivo si fa strada dentro le traiettorie scombiccherate degli strumenti; i brani riescono a essere stringati pur non precludendosi niente – persino una sezione old school hip hop in Inimigo Publico. Il vinile è esaurito ma potete scaricarvi l’album gratuitamente dal sito di lepers.

Nel 2012 i napoletani Maybe I’m – un duo, chitarra, batteria e due voci – hanno pubblicato “Homeless Ginga” (Jestrai). Una certa percussività afro entra anche nella loro musica, stretta fra blues primordiale, squarci distorti e una forte propensione verso gli sviluppi imprevedibili: ne viene fuori un punk-blues che non corrisponde minimamente alle cose di solito descritte come “punk blues” (diciamo quelle più vicine all’area garage punk). Alla faccia della musica scarna, io ci ho sentito dentro di tutto: dai Tinariwen al salmodiare paludoso dei Birthday Party, da una versione svuotata di certi Across Tundras al noise-rock, fino a evoluzioni weird. Sicuramente una piacevole scoperta, e un’anomalia totale rispetto ai binari comuni dell’indie rock italiano. Grandi anche per aver sputtanato un sito al quale facciamo concorrenza
Nel 2013 Bokassà e Maybe I’m si sono fusi per realizzare “Paraponziponzipò”, EP uscito grazie a una messe di etichette (Jestrai, Lepers, Hysm,  La Fine, Eclectic Polpo, SGR Musiche, Charity). Alle due formazioni si sono aggiunti i sax di Andrea Caprara (Squarcicatrici - altro gruppo non alieno ai richiami afro dentro il proprio jazz deforme e cosmopolita) e Mario Gabola (A spirale). Il disco è praticamente un concept album che “stilizza” i riferimenti italo-orientalisti al Continente Nero già presenti nel passato dei Bokassà: i titoli dei brani sono tutti versi del classicone I Watussi. Musicalmente, siamo più dalle parti del trio barese che dei Maybe I’m: jam contorte che hanno fatto parlare di The Ex, John Zorn e Frank Zappa. Del resto, siamo in un territorio nel quale i “nomi di riferimento” hanno poco senso, tanta è la carne al fuoco dentro il tratto dell’ensemble, comunque coerente e  riconoscibile. “Paraponziponzipò” è più ambizioso rispetto ai precedenti lavori dei due gruppi coinvolti: i brani cambiano spesso direzione, attraverso strutture “progressive” sottolineate dall’intrecciarsi dei due sax. Personalmente preferisco quelli più sfacciatamente percussivi: le atmosfere cupe di Ci sta un popolo di negri e Che ha inventato tanti balli. Comunque l’album in generale non si fa mancare momenti esaltanti, dall’apertura infottatissima alla summa Il più famoso è l’Hully Gully, fino alla genialata dello skit posto in chiusura, che fa mooooolto Baal Zebub e riti innominabili.

Mi convinco sempre di più che l’Africa sia l’unico posto attraverso il quale le musiche pesanti possono rigenerarsi (neanche io resisto all’esotismo, insomma): un’iniezione di Mombu e i Kylesa non avrebbero fatto un disco così mesto. Inoltre, il filo segreto di afro-punk e afro-metal in Italia ha una risonanza sinistra, ora che il nostro governo si porta dietro una quota di non so, poligamia, animismo.